Antonio Lavezzi non ha più una vita. Trascina un’esistenza fatta di lavoro e routine meticolosamente pianificata, autoesiliatosi in un paesino dell’alto Veneto. Cinque anni prima una tragedia terribile si era abbattuta su di lui come un tornado. Un sabato pomeriggio si era assentato per mezz’ora, lasciando sola a casa la figlia Michela, di tredici anni. Al suo ritorno, varcata la soglia, era stato colpito alla testa ripetutamente, ed era rimasto in coma per un mese. Risvegliatosi aveva scoperto che Michela, quel pomeriggio, era stata violentata e uccisa, che sua moglie aveva ritrovato sia lui che il corpo della figlia e aveva chiesto il divorzio, ritenendolo responsabile per la morte della ragazzina. Antonio si era assunto tutte le responsabilità, aveva abbandonato la città dove era nato, cresciuto e stato felice e si era rifugiato in un paese di provincia, accettando l’offerta di lavoro di un vecchio compagno di scuola, mosso a pietà dalla sua tragedia.

Ora le giornate di Antonio sono tutte uguali, chiuse in uno schema mentale che si è imposto, che gli impedisce di pensare al passato, quasi lui non avesse vissuto nulla prima degli ultimi cinque anni. Un incidente in cantiere cambia tutto. Sotto le macerie di un rudere abbattuto dalla ditta per cui lavora viene ritrovato il corpo di un uomo. Giunto sul posto Antonio viene messo a parte di alcune stranezze: il cadavere non si trova proprio al di sotto di tutte le macerie, ma a metà, come se vi fosse stato messo di proposito. E anche se è stato indubbiamente schiacciato, non c’è traccia di sangue. Come se fosse morto altrove e poi fosse stato trasportato lì. Inquieto Antonio torna a casa e, sui tre gradini davanti alla porta della sua villetta, trova una scritta composta con dei chicchi di miglio: “UNO IN MENO”. Mal tollerando quelle stranezze che si vogliono imporre nella sua vita, spazza via la scritta e cerca di dimenticare, ma non è possibile: il giorno dopo il cadavere viene identificato come quello di uno stupratore seriale di bambine. Si barrica in casa, cerca di respingere ogni ricordo che cerca di emergere dalla sua testa. Ma quando si sente di nuovo sicuro e apre la porta d’ingresso, trova una seconda scritta: “SI PUO’ FARE”. Gli è chiaro che il cadavere è stato portato lì per lui e che qualcuno gli sta facendo una sorta di incomprensibile proposta dai contorni indefiniti. Dopo giorni di tormento e di angoscia per il riaffiorare sempre più frequente dei ricordi, Antonio risponde al messaggio sui gradini, accettando in qualche modo l’offerta. Pochi giorni dopo un individuo misterioso gli fa trovare un cellulare dove riceve via sms l’indirizzo di una pagina su Facebook aperta a proprio nome, e tramite quella riceve dei messaggi dalla persona che lo ha contattato. Non ottiene molte risposte, solo una chiara richiesta: se voglia “aiutare a fare del bene”. Guidato solo dall’istinto, Antonio accetta di far parte di qualcosa che non sa definire. Ricevute le istruzioni si ritrova a Modena: deve recarsi in un motel fuori città, attendere una certa ora e poi irrompere in una stanza impugnando una pistola giocattolo. L’ordine è di far fuggire l’uomo nella stanza. Ancora attanagliato dal dubbio Antonio ubbidisce, riesce a far fuggire l’uomo nel piazzale del motel, e subito fuori questi viene investito da un fuoristrada dai vetri oscurati, più e più volte. Antonio, come da istruzioni scappa. Ha assistito a un omicidio e ne è stato complice. Terrorizzato e sconvolto torna a casa, in attesa di sentire la notizia dai giornali. Il nome dell’uomo ucciso non tarda a emergere: si trattava di un mafioso latitante, responsabile di diversi delitti nei quali erano morti anche degli innocenti. In qualche modo ad Antonio tutto comincia a farsi chiaro: la persona che lo ha contattato è un giustiziere. Ma perché chiede proprio il suo aiuto? Gradualmente la vita di Lavezzi cambia. Pur mantenendo una facciata di basso profilo, senza cambiare abitudini e abbracciando l’ipocrisia che dilaga nel paesino che si è scelto come prigione, ora ha qualcosa da attendere. Un nuovo appuntamento, un nuovo omicidio. L’assassino gli spiega come funzioni la sua organizzazione: lui arma emotivamente la mano dei superstiti, i parenti delle vittime, coloro che sono rimasti a guardare impotenti l’ingiustizia perpetrata ai danni delle persone che amavano. Ora ciascuno di loro, lavorando a coppie, senza mai conoscersi o sapere che istruzioni abbia avuto l’altro, aiuta l’assassino a giustiziare un carnefice. Mai un carnefice che li riguardi, ma sempre qualcuno a loro del tutto sconosciuto. Il loro compito è creare le condizioni ideali perché l’assassino possa agire, facendo passare l’omicidio per un incidente oppure per un regolamento di conti tra criminali. Antonio è affascinato e nel contempo terrorizzato: è all’altezza di una cosa del genere? E’ in grado di sostenere un simile stress? Ma la posta in gioco è alta, troppo alta: sa che se collaborerà prima o poi anche il suo assassino gli verrà consegnato. Accetta. Prima titubante, insicuro, poi gradualmente più convinto, più consapevole, partecipa ad altri delitti, conosce altri sopravvissuti, riallaccia i legami con il proprio passato. Ma ben presto il suo sodalizio con l’assassino e l’organizzazione si incrina. Il suo carnefice non gli viene consegnato, i morti passano sotto i suoi occhi, altri sopravvissuti vengono risarciti e lui no. Lui deve aspettare. Inizia piano piano a condurre un’indagine privata sulle vittime già vendicate, a individuare i loro parenti, a identificare i propri “complici”. Giungerà a scoprire la verità, ma sarà infinitamente più amara di quanto non si aspettasse.


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