Giuditta Licari è una dottoressa, specializzata in psichiatria criminale. Alunna modello, pupilla dei maggiori luminari, collabora da anni col reparto di polizia scientifica, valutando la scena del delitto insieme al suo assistente Michelangelo Giglio, detto “Miglio”, che ha sviluppato per lei una vera e propria venerazione. Il suo compito è stilare un profilo psichiatrico dell’omicida o dell’eventuale serial killer. E’ una donna algida, piccola ma massiccia, imperturbabile, riscuote pochissime simpatie in dipartimento e per quanto si sa la sua vita è ridotta al tragitto casa-lavoro e allo studio dei casi. Non ci sono ombre nel suo passato e una sola relazione conosciuta, quella avuta anni prima con l’ispettore Alessandro Amadei, sollevato dal suo incarico per diversi episodi di abusi di potere e dichiarato ufficiosamente pericoloso per se stesso e per gli altri. Nessuno sa a quante e quali violenze psicologiche Giuditta sia stata sottoposta negli anni della loro relazione.

Alessandro era un uomo dall’intelligenza superiore, ma totalmente psicotico e paranoico. Dal giorno in cui ha abbandonato il posto di lavoro, Alessandro ha fatto perdere le sue tracce e pedina, perseguitandola nell’ombra, Giuditta. Giuditta si trova a seguire il caso di un efferato serial-killer, dal modus operandi pressoché imprevedibile e incomprensibile. Il caso è complesso, anche a causa dello scontro immediato con il GIP Loredana Ambrosini, donna all’antitesi di quanto sia lei, amante dei media, curatrice dell’immagine pubblica, che l’accusa velatamente di non essere in grado di comprendere l’assassino. Il killer, identificando la protagonista col “vero nemico”, quella che vuole “classificarlo”, ruba un suo guanto in lattice usato, lo indossa sopra un altro, per preservare le proprie impronte, e commette un delitto; poi introducendosi in centrale, infila il guanto con le impronte di Giuditta, rivoltato e sporco del sangue della vittima, nel soprabito della criminologa. Il messaggio appare chiaro a tutti: è stata lanciata una sfida, il killer ha dimostrato di poter “raggiungere” la dottoressa, “toccarla” a suo piacimento. Scattano le misure di sicurezza, il telefono di Giuditta viene messo sotto controllo ma lei rifiuta le guardie del corpo o eventuali appostamenti, sostenendo che in realtà il killer vuole giocare “con” lei, non “contro” di lei.

La verità però è molto più terribile e la seconda metà del romanzo sovverte i ruoli e ridistribuisce le colpe.

Alla fine tutti saranno puniti, ma nessuno per il crimine che ha commesso.


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Sono nata a Milano il 18 giugno 1971 da mamma pubblicitaria e papà idrobiologo. Ma a Milano sono rimasta solo un anno e gran parte della mia vita l’ho trascorsa a Desenzano del Garda, per cui mi definisco “fieramente bresciana”. Per quanto ricordi ho sempre scritto e disegnato molto, i miei primissimi fumetti, di cui raramente faccio parola, han visto la luce intorno agli 11 anni.

La comunicazione scritta per me è sempre stata fondamentale, il mio primo diario serio risale al 1982, ma fino al 1996 non ho mai pensato che tutte quelle pagine scritte, tra fumetti, testi teatrali, autobiografie, diari, lettere, un romanzo completo e innumerevoli racconti, potessero diventare un lavoro. La vigilia di Natale del 1996 una signora che aveva letto i miei scritti mi prese di petto e mi intimò di presentarli a varie case editrici. Nel gennaio 1997 girai tutta Milano con 21 dattiloscritti dentro due zaini. Ne consegnai 20, la Rizzoli era troppo lontana da raggiungere. Piuttosto che portarmi a casa il ventunesimo plico decisi di passare dalla Sergio Bonelli Editore e lasciarlo in portineria per la redazione di Dylan Dog, di cui ero lettrice.

Qualche mese dopo, in uno dei momenti più bui della mia esistenza, mi chiamò l’allora editor di Dylan Dog, Mauro Marcheselli, ora capo redattore centrale, per propormi di scrivere alcune pagine di sceneggiatura. Scrissi una sceneggiatura intera e dopo varie correzioni Mauro decise di approvarmi un soggetto che si trasformò nell’albetto di Groucho “Il cavaliere di sventura” allegato allo Speciale “La preda umana”. Era il 1998 e debuttavo come sceneggiatrice.

Il battesimo del fuoco avvenne l’anno dopo, nel 1999 con l’albo numero 157, "Il sonno della ragione" e da allora faccio parte in maniera stabile dello staff dell’Indagatore dell’Incubo.

Nel 2008, insieme al collega e amico Stefano Casini, è uscito, sempre per la Sergio Bonelli Editore, nella collana “Romanzi a fumetti” “Sighma”, una sorta di thriller fantascientifico. Nel frattempo non ho mai smesso di scrivere in prosa e nel 2005 decisi di pubblicare a puntate un romanzo su un sito di racconti. Tenevo anche un blog e su quel blog avvennero due cose: conobbi il futuro padre delle mie figlie, Matteo Bussola, e Giuseppe Genna, che collaborava con la Rizzoli (ironia della sorte) si dichiarò interessato al mio romanzo.

Nel 2006 “Bilico” venne pubblicato, seguito nel 2008 da “Mani Nude” (che vinse il Premio Scerbanenco di quell’anno) e “Il filo rosso” nel 2010.

Nel 2009 ho co-sceneggiato per la Filmmaster la fiction "Nel nome del male" con Fabrizio Bentivoglio, trasmessa da Sky nel giugno 2009 per la regia di Alex Infascelli. Ho partecipato anche come “esperta del noir” (più o meno) alla trasmissione “Real CSI” trasmessa da Italia 1 nel 2010.

Nel 2011 ho deciso di tentare un esperimento di fumetto sul web, spinta dalla curiosità di scoprire se una storia “romantica” in stile shojomanga ma ambientata in Italia potesse interessare il pubblico (cosa esclusa a priori dalle case editrici). E’ nato come progetto no-profit aperto a chiunque volesse collaborare e il 7 novembre è uscita la prima puntata di questa serie dal titolo “DAVVERO”. Nel terzo mese di pubblicazione bisettimanale “DAVVERO” ha raggiunto 10.000 visitatori unici mensili.